Carni rosse e lavorate: allarme o allarmismo?

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Come una bomba, con il rapporto IARC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è arrivata la notizia che carni rosse e lavorate possono favorire il cancro del colon. In realtà gli addetti ai lavori non la considerano una novità. La vera novità sta nell’essere stata proposta alla popolazione in modo così “sensazionalistico”. E a questo punto si è letto di tutto. Polemiche tra sostenitori della dieta vegetariana, o vegana, e coloro che insistono nel voler gustare il piacere di carne e insaccati. Oppure, da parte di addetti ai lavori, lo sforzo di “precisare”, “attenuare”, e in un certo senso “riportare alla realtà” un allarme, a dir poco, improvvido. E questo anche per non compromettere migliaia di posti di lavoro. Non sono mancate analisi sulla “psicosi da carne rossa e insaccati” che, dopo un tale annuncio poteva cogliere le frange meno preparate della popolazione. Insomma, più che a un dibattito scientifico si è assistito quasi a una “corsa alla visibilità”, o a una “guerra di religione”, dimentichi che, come ha scritto Johann Hari (1), “le polemiche giornalistiche non spostano l’opinione della gente, la cui vita reale è (più) complessa e piena di sfumature”. Poi, anche a seguito di notizie di cronaca ben più drammatiche, il dibattito è uscito di scena. Fuori dal sensazionalismo delle cronache quindi possiamo ora proporre qualche riflessione più meditata. Tra le cose lette o sentite, una mi ha colpito in modo particolare. E’ un articolo del Foglio, apparso all’indomani dell’annuncio-bomba: “Non è solo una questione di carne rossa: c’entra la crisi dell’uomo moderno”, a firma di Camillo Langone (2). La scienza, sostiene Langone, non c’entra nulla. Non sono d’accordo. Il rapporto IARC (quello da cui tutta la vicenda ha tratto origine) dice un’importante verità: le carni rosse e lavorate aumentano realmente il rischio di cancro del colon, ma solo quando sono di scarsa qualità e consumate in modo eccessivo. Un uso responsabile può invece migliorarne il rapporto tra rischio e benefici. Però sostiene Langone (e la cosa mi pare alquanto interessante) il rapporto dell’OMS è frutto di tre crisi: quella della sovranità nazionale, quella del cristianesimo, e quella dell’uomo moderno. Tralascio di commentare, per dichiarata impreparazione, le prime due. Mi pare invece importante riprendere la terza. Perché prendersela con carni e salumi spingendo sulla cosiddetta “dieta mediterranea”, si chiede Langone, se è altrettanto noto che pane, pasta e pizza (quando fatti con farine raffinate, ndr.) sono alimenti diabetogeni? Ma il diabete di tipo secondo – dice ancora Langone – non interessa a nessuno? Quella forma “epidemica” di diabete – aggiungo – che secondo Barry Sears, inventore della “dieta a zona”, fa parte di una “tempesta nutrizionale perfetta”, per cui per la prima volta nella storia i figli rischiano di morire prima dei padri? E la partigianeria di Langone a favore dei salumi richiama, a mio avviso, un’altra tematica, quella del “piacere” e della “tradizione” in fatto di cibo. Ora mi pare indubbio che nella “guerra di religione” sarà difficile reclutare, al momento, sufficienti truppe alla dieta vegetariana o vegana, destinata, credo, a rimanere ancora a lungo in minoranza. E’ difficile convincere vaste masse che frutta e verdura da sole possano gratificare a sufficienza sia in termini di “rispetto della tradizione” che di “piacere del cibo”. Ed è ancora più difficile convincerle con una polemica sui giornali, che le “proteine nobili” (il cui aumento moderato nella dieta contrasterebbe il diabete di tipo secondo) vadano ricercate più in soia, tofu e legumi, che nelle carni e nel pesce. Non a caso Langone ha scritto che “la gittata del missile antisalumi è stata così lunga da sfondare il cielo della metafisica”. Abitudini e tradizioni, specie in fatto di piacere, si modificano solo lentamente, come il corso naturale dei fiumi, quando non vengono artificialmente “violentati”. Perché allora, invece di proscrivere, con grida manzoniane a sensazione che durano lo spazio di uno scoop, carni rosse e salumi, non ci si impegna maggiormente nelle uniche due direzioni che a mio avviso possono produrre dei miglioramenti nella salute della popolazione? Cioè, in primis, al miglioramento della tecnologia e della relativa normativa in fatto di produzione di carni rosse e salumi. Ricorrere infatti esclusivamente alla cacciagione e al pesce pescato in mare aperto (purchè piccolo, a causa del mercurio!), più salutari della carne e del pesce allevati, è fuori portata per molti o pone ulteriori problemi civili ed etici. Ma poi soprattutto ad un’importante investimento nell’educazione, specie delle giovani generazioni, in modo da generare lentamente “nuove tradizioni” e la sperimentazione di “nuovi piaceri” in fatto di cibo. Apprendere che anche i vegetali possono essere buoni e dare piacere è una questione di tempo e di cultura. A quando, come si è già fatto fortunatamente con la musica, l’istituzione tra le materie scolastiche, fin dal primo grado, della “scienza dell’alimentazione”? E concluderei volentieri come Langone: “…Per chi credeva fosse (solo) una faccenda di wurstel…”.

About Andrea Flego

Andrea Flego
studio medico di psicoterapia e psicologia dell'alimentazione

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