“FERMATI OTELLO!” ovvero dell'”infedeltà amorosa”

 

Nell’ultimo articolo, parlando di “gelosia pericolosa”, ho citato il sito dell’associazione milanese “Fermati Otello!”  attiva sul fronte della lotta ai femminicidi, associazione che voglio qui ancora ricordare.

In questo articolo desidero affrontare un argomento, per così dire, contiguo. Quello dell’”infedeltà amorosa”, cercando di farne una trattazione, se non propriamente scientifica, quantomeno “razionale”, rifuggendo dai molti trabocchetti del moralismo e dei luoghi comuni.

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Otello uccide Desdemona perché convinto  che lei lo tradisca con Cassio. In realtà, Shakespeare ci narra che si tratta di un’infame macchinazione di Jago, e che Desdemona è innocente del tradimento. Nella società elisabettiana di Shakespeare però, Desdemona appariva in qualche modo “colpevole” d’essersi presa la libertà di unirsi ad un uomo  – Otello – contro il parere del padre, e per giunta di unirsi ad un “moro”. E – ironia della sorte – proprio il moro, sospettandola, a torto, di “troppa libertà”, in seguito la uccide. (cfr. otello e desdemona),

Nella società elisabettiana quindi, ma anche in molte altre culture e in altre epoche compresa la nostra, il corpo della donna apparteneva (e talvolta ancora appartiene) al padre o al fratello, per essere poi consegnato al marito.

Nell’Otello di Shakespeare il padre di Desdemona, il patrizio veneziano Brabanzio, accecato dall‘ira, vorrebbe sulle prime far decapitare Otello per aver sedotto sua figlia…

Brabanzio, Il tuo cuore è scoppiato, hai perso metà della tua anima; anche adesso, adesso, proprio adesso, un vecchio montone nero sta montando la tua pecora bianca. Alzati! Alzati! (ibidem)

… accetta poi invece le loro nozze perché Otello diventa generale dell’armata veneziana contro i turchi.

Sesso quindi, in questa storia, equivale a “possesso”, come pure in molti dei nostri archetipi ancestrali, e l’espressione “la mia donna”, ma anche “il mio uomo”, spesso prese a pretesto nella gelosia pericolosa, ne sono un chiaro retaggio.

Peraltro pare che non sia sempre stato così…

In un recente articolo di “Le scienze infatti, tra l’altro si afferma che…

 “La poligamia, e soprattutto la poliginia, cioè il legame degli uomini con più donne, erano diffuse nelle società umane fin dall’antichità e in diverse parti del mondo: le si ritrovano tra gli antichi ebrei, nella Cina classica e tra le popolazioni indonesiane. In Africa, la poliginia è ancora diffusa o almeno tollerata…”

“… Per gli antropologi, spiegare perché questa pratica sia stata abbandonata è un problema rilevante, dato che, dal punto di vista della biologia e dell’evoluzione, avere più partner per l’accoppiamento aumenta la probabilità di riproduzione e quindi quelle di propagare i propri geni. Il passaggio alla monogamia ha quindi avuto sicuramente un costo, che deve essere stato bilanciato da altri benefici. Ma quali? …”

“… Perché le società umane hanno abbandonato la pratica della poligamia e hanno adottato una rigida osservanza della monogamia, punendo con severità i trasgressori? Secondo un nuovo studio pubblicato su “Nature Communications” da Chris Bauch dell’Università di Waterloo, in Canada e Richard McElreath del Max-Planck-Institut per l’Antropologia evoluzionistica a Lipsia, in Germania, il passaggio fu dovuto almeno in parte alla volontà di evitare la diffusione di malattie sessualmente trasmesse…”

“… Quando infatti una società conta pochi individui, o è costituita da molti individui che vivono in colonie separate, le malattie a trasmissione sessuale hanno un impatto limitato, e la poligamia viene conservata perché garantisce una maggiore fertilità. Se invece la società è molto numerosa, con alcune centinaia di individui, le infezioni sessualmente trasmesse diventano endemiche nella popolazione, riducendo la fertilità…”

 Si potrebbe quindi desumere che la tendenza ad avere rapporti sessuali con più partners sia più antica e più “istintuale”, quasi “più iscritta nei geni” rispetto alla monogamia, sviluppatasi in epoche più recenti, e come evento eminentemente “culturale”.  E ciò potrebbe darci ragione della persistente diffusione dell’infedeltà amorosa anche nella nostra società – infedeltà a volte negata anche oltre l’evidenza – nonostante sia, almeno formalmente, riprovata a livello sociale.

Il concetto poi di “possesso” legato alla sessualità, citato più sopra, e l’organizzazione delle società in senso “patriarcale”, hanno finito per consolidare la “fedeltà amorosa” come valore considerato “universale” e hanno relegato la tendenza a variare i partner sessuali nell’area della trasgressione, persistente ma condannata, e quindi, almeno da noi, tendenzialmente clandestina.

Ciò rende difficile stimare la frequenza dell’infedeltà amorosa nelle società in cui non è concessa, anche se, da noi, essa viene spesso percepita, dalle professioni più a contatto col fenomeno, come quantitativamente rilevante.

Non solo, ma per effetto della società “patriarcale”, l’infedeltà dell’uomo e quella della donna vengono percepite in modo ancora molto diverso, più “colpevole” e nascosta quella della donna, anche se l’emancipazione femminile ha ridotto in parte questa diversità. E proprio questa emancipazione, a mio avviso, rende più fragile, e talvolta più  violento, l’uomo quando ha scarse risorse interiori per fronteggiare la maggiore libertà sociale della donna.

In questo possibile quadro si inserisce il dato, tutto nuovo, indotto dalla società dei consumi. Anche il sesso, ma, a mio parere, talvolta anche il sentimento, possono venir vissuti come “beni di consumo”, fin quasi alla logica dell’”usa e getta”. E la cultura della qualità della vita come bene “dell’individuo”, che può divenire più importante dei valori di coppia, rende talvolta più difficile di un tempo continuare una convivenza o un matrimonio diventati insoddisfacenti, quando sesso e sentimento sono in difficoltà o sono venuti meno.

L’era digitale poi, e soprattutto la nascita dei social, sembrano rendere più esplosivo il problema dell’infedeltà amorosa, sia per l’enorme ampliamento delle possibilità offerte che per la grande velocizzazione dei possibili comportamenti.

Fino a non molti anni fa il problema della gestione psicologica dei figli di separati era, per gli operatori, quasi un fenomeno di nicchia. Oggi la sua espansione è notevole, impegnando professionalmente i professonisti del settore molto più di un tempo e ciò, a mio parere, contribuisce significativamente anche al fenomeno del bullismo.

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Come gestire quindi la sofferenza di singoli e coppie di fronte al “tradimento”, declinato frequentemente in molte e diverse modalità? Come mantenere in queste situazioni la dignità delle “persone” e la qualità dei “rapporti umani”? Come cercare una via d’uscita intelligente a situazioni spesso emozionalmente intense e dotate di scarsa razionalità? E soprattutto, come prevenire la violenza?

Di questo si parlerà nel prossimo articolo, mentre il problema, qui appena accennato, della gestione dei figli nelle famiglie di separati formerà oggetto di un articolo successivo.

About Andrea Flego

Andrea Flego
studio medico di psicoterapia e psicologia dell'alimentazione

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