Oltre – Campanotto Ed. Udine 1999

 

 

 

 

                                                        ANDREA FLEGO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                      OLTRE 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                           millenovecentonovantanove

 

 

 

 

 

 

                                                                 Ringraziamenti

 

 

 

 

            Paradosso della poesia è talvolta il suo significare la realtà con un linguaggio in qualche modo alieno ed insieme connaturato al quotidiano. Perciò, da parvènu della poesia,  ho cercato a più riprese di immaginare le possibili reazioni del futuro lettore, sottoponendo i miei testi a critici diversi. Così la pubblicazione di questa raccolta è stata ritardata più volte, consapevole che la critica anche impietosa, anche quella che fa male, è comunque preziosa. Ai miei lettori – per cosi dire –  in anteprima,  devo un ringraziamento per la pazienza dimostrata. Alcuni di essi – semplici lettori di poesia – mi hanno fornito informazioni sul grado di condivisibilità del testo, e di percepibilità del messaggio poetico. Altri – addetti ai lavori – hanno formulato una critica più sistematica, talvolta radicale, e mi hanno indotto a ripensare l’opera più volte. Per esempio, questi versi sono stati definiti di buona, talvolta di squisita fattura, ma scarsamente di tendenza e poco significativi e pregnanti quanto al contenuto. In questo senso mi è stato consigliato – forse invano – di approfondire maggiormente la differenza tra lo scrivente poesie e il poeta.

            A una precedente formulazione della raccolta è stato rimproverato di non avere un soggetto poetico, un filo conduttore, ma di presentarsi quasi come un catalogo. A questa osservazione debbo, oltre ad alcuni accorgimenti per rendere più fruibile il testo, una profonda rivisitazione della sequenza delle liriche.

            Le ho riunite allora secondo quattro nuclei scanditi da tre liriche di Jimenes e dall’epitaffio posto sulla tomba di S. B. Yeats. Credo di aver ottenuto così una maggiore  compattezza tematica, ma rispetto a quella critica, mi rendo conto che il risultato è solo parziale. E non potrebbe che essere così, perché questa raccolta è caratterizzata irrimediabilmente dall’assenza di un progetto poetico stabilito a priori. Racconta invece, per fili conduttori paralleli, e talvolta intersecantisi, un percorso esistenziale vissuto nella incoerenza del reale, anche se filtrato – e talvolta criptato – dalla poesia. Sostenuto peraltro da altre anche autorevoli voci, ho concluso per assumermi egualmente il rischio di pubblicare la silloge  corredandola alla fine, per chi avesse piacere di avvalersene, di alcune – per così dire –  chiavi di lettura del testo poetico e dell’habitat in cui è maturato.

            Voglio perciò ringraziare tutti coloro che sono stati finora miei pazienti lettori, e soprattutto i più qualificati tra essi, senza i quali il livello di approfondimento sarebbe stato minore. Un ringraziamento va a Gianmario Villalta per il confronto serrato che ho avuto con lui in alcune fasi di questa, e anche in una mia precedente esperienza poetica. Un ringraziamento anche a Antonio De Biasio, dal quale ho avuto una grande disponibilità e molti preziosi suggerimenti tecnici.

            Un pensiero tutto particolare va a Andrea Zanzotto, che mi ha onorato della sua attenzione. Non potrò dimenticare l’esperienza della serata trascorsa nella sua casa a leggere e a commentare diverse di queste liriche. Ha saputo unire ad una critica acuta e  severa misurati segnali di incoraggiamento e speranza. Merita quindi quel rispettoso affetto maturato in me nel corso di due anni di intensi e fugaci contatti telefonici e epistolari.

            Devo ringraziare ancora  i miei molti –  quasi sempre inconsapevoli – personaggi, incontrati frequentemente alle frontiere del sociale. La loro verità, anarchica e vitale, ho cercato di tradurre e di non tradire, spogliandoli delle contingenze e lasciando vivere di essi solo senso ed emozione.

            Un grazie infine alla mia compagna, al mio figlio maggiore, a qualche persona amica, critici naturali, ma non per questo meno importanti e meno ascoltati.

 

 

                                                                                                                                        L’autore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                       Oltre

 

 

 

 

Ho dato del mio alla gente

ho vegliato il dolore

fin quando il lume si è spento

di qua dal confine

 

L’airone al sicuro oltre il mare

volava e sono rimasto

quel volo a origliare

di qua dal confine

 

E poi gli occhi ho affondato 

nella nebbia del vivere

con l’ingenua chiarezza del sogno

e il confine era stretto

era riarso

 

                             Oltre

Dovrò forse cercare

impreziosire il canto

e il travaglio

oltre…

 

Lungo i viottoli dell’umano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Como medanos de oro

que vienen y que van, son los recuerdos.

 

El viento se los lleva,

y donde estan, estan

y estan donde estuvieron,

y donde habràn de estar… – Medanos de oro -.

 

 

 

( “El recuerdo” di Juan Ramon Jimenes)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(Simili a dune d’oro/  che vanno e vengono, sono i ricordi. / Li porta con sè il vento,/ e stanno dove sono,/ sono dove sono stati/ e dove dovranno stare… – Dune d’oro -.)

 

 

Il motorista

 

Rossa marmorea

vena scava nel cielo

un sole malsicuro

celato appena dal monte

Maggiore e l’onda

accesa di crepuscolo

e più e più cinge

la barca come d’assedio

la barca del sale

 

Biondo sferza il motore

e bello e disperato fronte

aperta spingendo la sua

mandria dei pensieri

fuor dal Quarnèro

 

E non gli ha dato il cielo

nido penati se non

quegli anni quel motore

le mani la tristezza

e terra e mare

essere in balìa

 

Si avvolge il motorista

di quel buio come

la barca e come il mare

nell’immensa notte

e più e più la bora

s’iscurisce

 

Capotempesta:  un grido:

– gettate il carico se

vi son cari gli occhi

già un marinaio

l’ha inghiottito la notte –

 

– Ma se c’è un dio

nel mare mai più

lo sfiderò

se salvi avrò 

gli occhi –

 

E il motore più non si ode

nella burrasca finistère

dimentica degli uomini

                        ormai  tace…

 

 

 

 

 

 

                                        Primo amore

 

 

 

 

Adolescenza solo un poco

sbrigliata – bella

negli occhi – un soldatino/

 passione acerba/ fuori

dalla filanda… e non ti mandano

                                          più

 

(Il soldatino – occhi

nascosti – per bocche

ti cercava e per paesi

e a Salò

ebbe fine…)

 

*

 

Alla chiesa scendeva  

da Semedella*  abbuiato

di bombe il tuo corteo

nuziale ma non era

amore

                                                                                     

E poi esodo figli 

lacerazioni…

 

 

*

 

– Stanca negli occhi –

ti mandano la foto

ch’egli di te portava

 

(passione quieta ormai 

nella memoria 

e lieve…)

 

 

 

* Semedella: sobborgo di Capodistria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         Occhi di luce seconda

 

 

 

Occhi di luce quando ti cercavo

e tu non c’eri ancora ed era bello

immaginarti abbraccio d’acquamarina

 

Occhi di luce quando ti ho trovata

sorpreso dalla notte di tempesta

solare adamantina mia farfalla

 

Occhi di luce spiare la tua vena

chiassosa alla conquista di sentieri

assieme a te sfidare è dolce gli anni

 

Ora che nuoti verso di me con gli occhi

occhi di luce e vuoi con me veleggiare

mi è caro issarti a bordo del mio legno

 

Luce degli occhi avvolgerti

mi è caro nel mantello turchese

della sera

 

 

 

 

 

 

 

                                                  Occhi di luce prima

 

 

 

Biondi lunghi capelli stella

del borgo dalla loggia

al porto tre anni di sottana

 

Occhi di luce fioriti di collina

e frutta marina atterriti

allo sguardo cattivo

del druse (*)

 

                                            – Donna dov’è il tuo uomo

                                            (lo schioppo che frantuma

                                             vetri nella cucina)

                                             andate via stasera –

 

Occhi di luce 

consunti dal fato

silos(*) boccoli magri

atra frontiera

 

                                                             Dagli

                                                       occhi

                                                                 verso il

                                           golfo

                                  sboccò                           

                       la luce

                in  

        fine

 

   Ec

co il           tre

no                           lun

 

go

 

 

lun

 

 

 

 

(*) Soldato titino

(**) Granaio del porto di Trieste usato dal 1945 al 1955 per la raccolta dei profughi istriani

Faro                                                               

 

Tenue crepuscolo

d’Irlanda  che modella

sembianza e riso 

mentre la nikon  ti racconta

intarsiare a capriole

lo smeraldo sul limitare

dell’oceano

ultimo  mio futuro

 

Di mareggiare e di sole ti profuma

ed è la prima volta questo vento

e la pupilla e l’anima ti specchia

di fiori gigliarancio

e tìcchioli di fucsia

tra  zolle rose e  scogli

dalla marea

ultima mia speranza

 

                                 E poi

il primo brivido dell’imbrunire

riporta a te la quiete a me

i pensieri/anima di roteanti

lame a fendere nell’immenso

il faro di Capo Uncino

e i sentieri alla veglia

di chi sta in mare

e i nostri ancora

 

Ultimi miei occhi

che inconsapevole ti perdi

e lieto in questo

sogno pastello:

tribolato giardino di fate

e di folletti

 

Quando navigherai

di cielo inquieti giorni

e di acque minacciosi

per quel tuo

mondo nuovo – e con te

il mio ricordo – serba un posto

nella bisaccia dei segreti

al faro

 

Come in  gioco le

nebbie  di quando       

in quando tenue

sorprendere saprà

 

 

 

 

 

 

 

Cast a cold Eye

on Life on Death

Horseman. Pass by.

 

 

(Epitaffio posto sulla tomba di S. B. Yeats

nella Contea di Sligo, in Irlanda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(Getta freddo uno sguardo/ sulla vita sulla morte/ cavaliere. Passa oltre.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         Alba

 

 

 

Alba lucigna alba millefiori

alba dopo l’amore

sfiorito via al pensiero

di questa quasi sarajevo

 

Alba malsveglia alba stralunata 

mancato  incontro

atteso – Derry violenza –

ancora non ti vedrò

 

Alba d’oggi irreale – quasi

istriana – planano qui

 illusioni tra cielo e mare

fatte mira da terra

perchè sorprese

a sorvolare l’isola

di quest’isola

 

a violarne il confine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   Facing the war.

 

 

Death

warming soft white blanket

laid down over the fury of living

amid the brown turf sceneries of yours

poet

 

Death your our death

mute culminating justice

of human feelings and hates

– your horseman faces now

the war –

 

Unsleeping thoughts

are roaming – firing

 and wounded – around 

the border of nonsense telling

about Death War and Future.

 

(War do not mention)

Future:

slower and slower building

pendulum – reaching

its summit.

 

And the Death

– no fear –

purifies memories

enlivens

            poems

 

____

 

Affacciato alla guerra.

 

Morte/ Calda soffice bianca  coperta di lana/ distesa sopra la furia del  vivere/ in mezzo agli scenari bruno torba dei tuoi/ poeta/ Morte la tua nostra morte/ muta giustizia culminante / di sentimenti umani ed odii/  – il tuo cavaliere s’affaccia ora/ sulla guerra./ Insonni pensieri/ vagabondano – Accesi/ e feriti – attorno/ al confine  di nonsenso narrando/ di Morte Guerra e Futuro/ (Guerra non parlarne)/ Futuro:/ più lento e più lento costruire/ pendolo – prossimo/ al culmine/ E la Morte/ – niente paura -/ purifica ricordi/ ravviva/ poesie                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       Castle Lady song

 

 

 

Castle Lady lives in silkland

shining moon face on dark hair

“et elle chante et dance

comme une bohème”

 

Castle Lady reads your hand

looking for her destiny

et il ne sera pas beau

dans le creux de ta main

 

Castle Lady lives in the nirwana

spends her fondness in her cell

et elle s’etouffe solitaire dans l’air

de sa splendide jeunesse

 

*

 

Castle Lady is gone

 

*

 

she’s in the sky of the plague

avec son petit petit morceaux de malheur

comme éventail elle a éffleuré

ce hagard coin de mond

 

Castle Lady lives in skyland

shining moon smile on dark eyes

“et elle chante et dance

comme une bohème”

 

____

 

Canzone per Castle Lady

 

Castle Lady vive nel paese di seta / viso di luna risplende sui capelli scuri/  “e canta e danza / come una zingara”. / Castle Lady ti legge la mano/ cercandovi il suo destino/ e non sarà bello/ nel cavo della tua mano./ Castle Lady vive nel nirvana/ spende il suo affetto nella sua cella/ e soffoca solitaria nell’aria/ della sua splendida giovinezza.

Castle Lady se n’è andata/ è nel cielo del morbo/ con il suo piccolo piccolo pezzo d’infelicità/ come ventaglio ha sfiorato/ questo stralunato angolo di mondo.

Castle Lady vive nel paese del cielo/ sorriso di luna risplende su occhi scuri/  “e canta e danza/ come una zingara”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   La Signora

 

 

 

                             Diàfana mia signora

effluvio insonne aliti dalla scia

dei prigionieri e sottile

appesti l’essere a donne

e figli annichiliti

oggi folle ti appresti

a eccitare lubrica

fino al culmine

in piazza

 

                     Subdola mia madonna

ebbra ti trovo tra gli altari

e tra stagioni fatte a pezzi

con noia

 

                      Torbida mia entraîneuse

mi inviti a bere leggiadra

circe nerovelata ed ancora riesco

a non pagare il conto

 

                           Mia puledra di luna

lo sguardo malefatto ed alle dita

nascosti artigli laceri gli anni

nido ti fai nel cuore

poco lontano dagli amori

dirimpettaia alle passioni

e spegni e geli e ti fai

più regina

 

                  Manòla mia dalla falce

talvolta hai gioco 

quando la scena

opprime piombo di luce

la danza  rompe il ritmo

e sono i personaggi

ruvidi da indossare 

 

                             Femmina mia sensale

del tramonto nuziale ti proponi

anzitempo suadente

ma chi troverà mai

ali perfida mia

per con/volare

 

                           Ultima mia

sorella dei viventi primula

dolce di qualche civettare

nuovo ed antico dei tuoi capelli

argento come fidarsi

 

                             Quale promessa

potresti mai mantenere e perchè mai

ti scateni in quest’ora

perchè mai l’ermète

baci della vendetta

ali donandogli e respiro

 

                             Ma non ti temo

mia giocosa pantera ho ancora

da fare qui a procurare legna

per riscaldarmi

 

                              Temo di più

il dover sopravvivere nel freddo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          Bisesto

 

 

 

 

                      Schizzi      alle        periferie     in      una

                     pantoclastìa            stupita        gli           atomi

                bersagliati       il    pomo-d’oro               saetta

                            al      muro            tenuemente

        riverniciato

                             a       bianco     d’elusioni          squash

 

 

 

 

Morte morte lasciami

re/lirare  voci per nidi

implumi impunemente semi

d’esperimento strani

stancamente si seccano

nell’immaginare

 

E cerco nuove soavità

ed usuali mentre

un allucinìo molesto

terebra a vivo

l’esserci quasi

seminterrato

 

E si narrano storie

leggende inganni

        – amistà

nel futuro

scuotendo via

a farfugli questo

presente

        – bisesto –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         E venne il vento…

 

 

 

E venne il vento

furente a scompigliare

castelli di carte

a fatica incuorati

 

E venne il vento

a sibilare forre

cogliendo il destreggiare

di appetiti e faide

 

E il vento spazza

è un nuovo

respirare arduo

dolente ambiguo

 

Resta uvaspina

acuta nostalgia

di quel tempo

della psicoterapia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                  A corte

 

 

 

Se mai

ne avete conosciuto

il volto: è blu nettare

elettrico sovrano

 

Cetra mal accordata

non ammette al cospetto

solo per sintonia

concede gli occhi

 

Un diapason  cangiante

a seconda del cielo

arcano si udrà e flebile

un solo istante

 

E ogni distonia

o disritmia dal cenno 

esilio sarà al nulla

della memoria

 

Mentre l’orchestra

contrappunta 

cascate di sonagli

miraggio di tesori

 

E questa ahimè

non grata

piccola partitura

concessa al canto

 

mai sarà nella regale

sinfonia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                    Mirroring

 

 

Harvard piano the best

mariners’ athmosphere

rare resting in the day

unpredictable day

lightening an idea

– Ser infelìz –

 

Mirroring a challenge

mediocrity success

unsuccess mirroring

children hanging

among the trains

unspeaking unsmiling

and ghosts flooding up – erected –

every smallest ether’s keeping

 

Seating on belts of a bostonian light

even facing the domestic

success death window

Everywhere to take a place

ocean continent  new world

but far away from the wheel

of the mill

 

Incoming age 

lightening a question

¿Porquè ser infelìz? –

 

 

____

 

Allo specchio

 

Harvard piano la migliore/ atmosfera marinara/ raro riposare nel giorno/ impredicibile giorno/ lampeggiando un’idea/

– essere infelice -/

Allo specchio una mediocrità / di sfida successo insuccesso / allo specchio/ bambini sospesi/ tra i  treni/ non parlano non sorridono/ e fantasmi inondano – eretti -/ ogni più piccolo appiglio d’etere./

Seduto su cinture d’una luce bostoniana/ ancora a fronteggiare la domestica / finestra del successo e della morte/ Ovunque prendere posto/ oceano continente nuovo mondo/ ma via lontano dalla ruota / del mulino

Età che vieni/ lampeggiando una domanda/ – Perchè essere infelice? –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                         Untitled

 

 

Winds beloved in a frontier

shaped on sand moisture

and on lesbian pride *

Hear – winds – Versace is dead

Liberty home’s offended

by the italian Money God’s  fall

 

And the waves of my thoughts

golden dropped by the light

in the newer shore of the sea

vanish in a nonsense sight

straight on to a stolid skyline

 

 

_____

 

Senza Titolo

 

Venti amati in una frontiera/ fatta di mistura di sabbia/ e di orgoglio lesbico/ Udite – venti – Versace è morto/ La dimora della libertà è offesa/ alla caduta del Dio Denaro italiano./

E le onde dei miei pensieri/ gocciate d’oro dalla luce/ nella più nuova sponda del mare/ svaniscono in un nonsenso dello sguardo/ diritte verso uno stolido orizzonte

 

 

* Cape Cod nel Massachusetts è detta la Mykonos americana, per la sua tolleranza nei confronti degli omosessuali. Vi appresi dai giornali la notizia della morte di Versace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                       La dame Parisiènne *

 

 

Notte – appicciata –

nell’andirivieni di una pace

interiore di riccioli

irta e serpente notte

duale notte

apotropaica

 

Tessere ancora 

in una qualche ariadne

mentre cicale

impazzano  e flautato

sta nel nostro

crepuscolo a dolersi

un qualche azzurro

minotauro

 

                                    – E poi volare –

fuori dal dedalo

finalmente

piume bostoniane

e miele – ¿porquè

ser infeliz ? –

 

E nella notte tenero

sudore di meteore

fermare il tempo

insieme

 

 

 

 

* La “Dame Parisiènne”, celebre frammento di un affresco del palazzo di Cnosso a Creta, denominato “Le libagioni”. Datato 1500 a. C. rappresenta una raffinata dama dell’era minoica  con i boccoli bruni sistemati con eleganza sulla fronte e sulla nuca, ricche vesrti e un elegante profilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Majakowsky il mago

 

 

Sul nero occhieggia il sorriso

tastiera che erompe sul palcoscenico

schiava di Majakowsky

 

Non svelare l’incantesimo

bello e nobile è il sacrificio

– cieco ai mortali essere oggetto al mago –

 

Sapendo il gioco acredolce

amo sim-patire

ma…

 

the game must go on

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                        The game must go on.

 

 

 

As Majakowsky screams

the game ‘s heavy/‘s over. A marble

remains: to leave

the stage to an actress.

 

Poor game damned to go on.

 

 

____

 

Il gioco deve andare avanti.

 

Come urla Majakowsky/ il gioco è pesante/è finito. Una palla/ rimane: lasciare/ la scena a un’attrice. / Povero gioco dannato a continuare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              I poeti hanno rabbia e

 

 

 

 

I poeti hanno rabbia e

spingono parole spingono

silenzi verso

l’archè stizziti chiedono

con/passione

li ascoltano solo

i poeti

 

Pavoni – si sa –

ruoteggiamo

spiumeggiamo avanguardie

a stupire

 

Ma il divenire – immagino –

di rado

stupefatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   Lungarno

 

 

            Oggi è un giorno

tenero venato di verbena

di sandalo malato

di tepori

 

              E soffice

mi piace qui

mettere l’anima

tra nuvole d’affetto

leggero dopo tanto

vorticare ingrato

sulla pietra

 

 

 

 

 

 

 

Tù, la de aquella tarde,

no eras la tù que eres.

¡Ay, no, no, no eres mia!

 

¿En dònde, en dònde estas tù, aquella,

en dònde, di, que no eres mìa?

 

 

 

(“Examor” di Juan Ramon Jimenes)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

____

 

La te di quella sera/ non quella che ora sei./ Ah no, tu non sei mia!/ Dov’è, dimmi, quell’altra te/ domando a te che non sei mia.

 

 

 

 

Versi al duale

 

 

Palle di neve a segno sulla faccia

poco e freddo dolore lasciano

segni  di durezze insidiose

 

*

 

Scambio di doni a festa

non farsi male

confondere i perchè

 

*

 

Aquile  volteggiano

 furiose  calano

sull’invisibile filo

 

*

 

A giorno si tende ossidato

riluce infinito e sempre

stupefacente acciarino dell’oggi

 

*

 

Poi un noi trabocca improvviso

infittisce nel bosco s’immerge

in miniera diamante insondato

 

*

 

Sorda coltre inosabile

anestetico d’un impensare

infida folgore

 

*

 

Falso simulacro

addormèntati

o fuggi

 

*

 

Quale intelletto quale istinto

quale siamo in gioco non

siamo fusione controllata o hiroshima

 

*

 

Ma tra le mani aperte

la folla  incombe il dubbio

la risposta  freddo oppur paura

 

*

 

Sotto il noi  di  velluto più non cova

(forse)  la brace di pensarsi ancora

come alito allo specchio

 

*

 

Sotto il noi  di  velluto però cova

(forse)  la brace di pensarsi ancora

come  alito allo specchio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                             Stravizi delle Regine di Sabato

 

 

 

Con frenesia si posano

sul fiore

d’un doppio lavoro

 

*

 

Ruvide mani

anime

pendolari

 

*

Sorprendente elegia

del prendere il giorno

che viene

 

*

 

Mani segnate brutture

di città  qua e là

cercar qualcosa

 

*

 

Lievi

come felino

in caccia

 

*

 

Momenti a fermarsi

neanche

fare la spesa

 

*

 

Lasciarsi assaporare

l’anima che sa

di graziosa ironia

 

*

 

Che a un tempo

sa di una qualche

speranza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                     Carmina Burana

 

 

 

                                      Argento

erano i passi e il ticchettìo

dentro il mistero mirra

di voce attesa incantata

e perduta e dolce

d’atmosfere improbabili

 

                               In un lampo

udito a mille

lunghezze d’onda e di respiro

lacera l’elfo suggeritore l’incertezza

da sempre appostato prezioso

all’orecchio e si fa

danza di segnali si fa

festa si fa

Carmina Burana

 

 

 

 

 

 

                                                                  L’ombra

 

 

                                          Dolce tarlo

d’inquiete titubanze al tatto

evanescente ed alla voce

                                         Zolfanelli

d’anima e di sorriso

par che scoppiettino tra i piedi

incamminati per ghiaie

tortuose

                                        Fitte

lame di luce impietose

s’inverano alla scena

fame d’ombra

                                       Ombra

calore ombra che rassicura ombra

che piace incuriosisce

attira

                                        Bugiarda

alterità che sa trovare

l’alterità nell’ombra molti infatti

siamo alla luce prigionieri

e soli

                                Ambigua crudità

sotto la pioggia

gelida attenta a scrutar tra le nubi

sottovento

 

 

                          L’ombra come sarà

forse cifrata (forse) indecifrabile

soffitta di ragioni e di passioni

caos mal difeso

                                   Coazione

tolemaica ad avvinghiarsi

al centro tra i pianeti

e a rifuggirne

 

 

                         Ama a volte sognare

– sommesso accoccolarsi ad ascoltare –

la luna quando appare

un fiore tra le mani 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  La coccarda

 

 

 

                                Nome 

aconcagua  un’ammaliante

icona venerasti gonfi

gli occhi d’attesa

vagava abbuiata.

 

Ormai più cercherai

in segreto appuntata

al vestito e fantasiosa

sul nero iridata

cortese

quella coccarda…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conchiglie

 

 

Silenzioso scrigno segreta

si dischiude la conchiglia di Paride

toccato egli fa voti

che – ahimè – non si richiuda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         Amante francese

 

 

 

Autostrade di nebbia si arruffano

a rubare momenti: fare dire

imprecare…

 

Perchè non fermarsi

annusare naïf il silenzio 

e la grazia francese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presque…

 

 

Un presque-vivre quitté

Un presque-rêver mis de cô

Une presque-âme surprise

à se balancer au milieu de sa rue

 

Pourquoi ne pas allumer

ce soupir presque-léger

presque-fou

 

Pourquoi ne pas être

presque-petit presque-aimé

un seulement parmi beaucoup

de pensées à toi

 

 

____

 

Quasi…

 

Un quasi-vivere lasciato/ un quasi-sognare messo da parte/ una quasi-anima sorpresa/ a dondolare nel mezzo della sua via./ Perchè  non accendere/ quel respiro quasi-leggero/ quasi-folle/ Perchè non essere/ quasi-piccolo quasi-amato/ uno soltanto tra i tanti/ tuoi pensieri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                  Ritratto

 

 

Anima che va cercando

l’acqua da bere insieme

cercando pensieri da profumarci

i seni e sguardi a sfumare

lontano

 

Anima d’azalea rosa antico

viennese irta di guglie

 fragrante di terra

sibarita sontuosa allo scavo

alla ricerca di semplicità

deluse

 

Cornice a petali

oroargento e di occhi antichi

polverosa acqua di roccia

angoscia di meduse trasluce

di esser pensata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           Fior di marea

 

 

Un subito

adombrarsi di ogni

frammento

di ogni sussultare

 

E del futuro

cantare ti piacerebbe

limpida nella notte

e interminabile

 

Ma il futuro è cifrato

impalpabile al canto afona

voce sgorga ed attutita

presagio d’un oblìo

 

E tu

incantamento indocile

frugliare lasci ancora

il fiore della marea

 

E delicato

damascare

per qualche

tempo ignoto

 

Sinusale emozione ti sorprendo

d’un canto a luccicare come

cristallo e tinnire

a veglia  nella sera

 

 

 

 

 

                                                           Fleur de cactus.

 

 

 

Sàpida una voragine

s’implode come quando

da uomo vestiresti

da fanciullo

negato – lungamente –

nell’albore

 

Segnato a tralci

e divincoli come

un avvinghiarsi

di fuga e di dominio

tiranno si fa – fragile

vite – nel freneticare

 

Ma il ricordo

– il ricordo –

decolora e spegne

come

alla violenta

ricerca d’un saio

 

E di umore/trincea

si cosparge

a ritrosa

ricerca

e fiammate

 

*

 

Dunque farsi

e non farsi

– olimpo

di sassi –

di un fato

dispoglio

 

– Unico – 

fiore a schegge

pudore

baldanzoso

di/mostrarsi

ogni cent’anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                       L’Ape Regina

 

 

Alzata la

gonna del temporale

principesse s’impressero

egoiche nei sentieri

                       del cielo

 

A forza nitide

le ho nutrite del volare

più alto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           Fiore bluspino

 

 

Umile fior di cardo

scettico d’albanesi

ferite schivo

fiore bluspino

 

Come addolcirti

a guardar  uomini

gli occhi

 

Come

accendere ancora

quel tuo rado

sorriso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gocce di mare

 

 

Gocce si cercano

nel mare particelle

d’umore altalenante le guida

il cuore e l’intelletto a darsi

un buon natale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                       Aquarius

 

 

 

Immagina l’andare

solitaria cercando una meteora

che passi di nascosto in questo cielo

 

Immagina il sapore

di una stagione antica

che a fatica e con gusto a nuovo

si incolora

 

Dolce dolce assapora questo fuoco

di tenerezze solo un poco

accennate nella grazia

ambigua del tacere

o del parlare lontano

 

Tenue-sferzante è amore

come cavo d’acciaio affastella

vuoti tralicci e trasfigura

del quotidiano

 

Tenue-indomabile ondeggia

nei meandri cangianti di Aquarius

or nella mente limpida

or sulle labbra a dissetare

si posa leggero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                    Presepe

 

 

Lampare trapuntano a va e vieni

nel nostro specchio indistinto

del mattino

tristezze gioia accese

tristezze appena

 

Lontana insonne aurata

carne di luce pian piano

si trasmuta

 

Fonde ardita

in pensiero

in lucida sembianza

di te di me

rinati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                      Anatomie de l’amour.

 

 

Lela – le chiese il vecchio –

mi doneresti un poco

dei tuoi occhi?

 

Lelinha frugo

da tempo tra i nervi

ginocchia aperte sassi

nel vento

 

E Lela indicò nuvole

tra verdi anni

e parole

 

Lelinha cerco

ancora nel sangue

delle vene un petalo

di feuerbach

 

Lela sorrise – il vecchio

le sussurrò sorpreso:

sono stanco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  

                                         Rime d’amore

 

 

 

Quando ti amo mia ninfa

con l’anima

non voltarti allo scuotere

delle canne

 

E’ il fato mio giaggiolo

– fiera a preda – ci incute 

aliti di sventura

 

Però mio cherubino soffia

via la paura. Al vedermi

con te al sentire le muse

diventerà mansueto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                         Versi

 

Linfa dei giorni mi inciti

a sospingere il carretto

della fortuna recitando

lune inaspettate

 

E anche

a sussurrarti

bolle di primamore

e melodie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                   Comete

 

 

 

Sfugge all’afelio la cometa

che fino a ieri

di polline bruciava

 

e il marinaio

con l’anima tra i gomiti

blandisce l’equatore

che gli dica dei nuovi

cieli dove l’ago

va a straglio

 

ed anela segnali.

 

 

 

 

 

 

 

 

¡Siento  que el barco mio

ha tropezado, allà en el fondo,

con algo grande!

¡Y nada sucede! Nada… Quietud… Olas…

 

– ¿Nada sucede; o es que ha sucedido todo,

y estamos, ya, tranquilos, en lo nuevo?

 

 

 

 

 

(“Mares” di Juan Ramon Jimenes)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

____

 

Sento che la mia barca/  ha urtato, là sul fondo, / in qualcosa di grande. / E non accade nulla… Quiete… Onde…/ – No, niente accade o tutto è già accadutoe/ e stiamo ormai, tranquilli, nel diverso?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              Posìdon

 

 

Ieràpetra*. Sale

ebbra di salso

alla fortezza – venexiana

un’euforia sottile

come d’echi

a rimbalzo

 

Zèfira l’onda corta

tra desiderio e quiete

anime d’africa

portoghese

 

Mari allusivi emanano

tolde di genti

avide di promiscuo 

città e progenie dove

cantilenare veneto 

no xe foresto

 

 

 

* Ieràpetra, sulla costa sud-orientale dell’isola di Creta, fu avamposto romano per la conquista della Libia. Conobbe il suo massimo splendore durante il dominio veneziano. 

 

 

 

 

                                        Muse

 

 

 

 

L’iceberg del tempo

biancheggia misterioso

virus nel cielo

indaco acceso di Barbarossa*

 

Oppure scioglie in un oblìo

di loto l’effluvio

della notte

benedetta d’amore

 

O confonde nei sogni

l’orgoglio del cimento

in qualche nuovo màthima

oscuro

 

O ancora…

 

*

 

Lustrale intanto albeggia

Egeo come via lattea

di navi e di paesi casto

diadema a pensieri

di ventura

 

E a noi

– mercanti di schiavi

in burrasca di stoffe

preziose e di spezie noi

teneramente

scolte alle mura –

che resta

 

Se non

trovare

dare

bellezza

 

 

 

* pirata saraceno che fu terrore del basso mar Egeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                               Povera e nuda vai…

 

 

In un amèn sfumarono

aironi viola e oro

di Costantinopoli *

 

Come Guevara soffrivano

grigio e orizzonte

come ali il gelo

 

Ma vivono nei nostri

occhi del sempre

hanno scolpito

 

 un segno

– piccolo – in un angolo

del porto

 

 

 

 

*  Intellettuali perseguitati a Costantinopoli si rifugiarono a Rethimnon, che fu detta anche per questo la Atene dell’isola di Creta. Dettero così vita ad un cenacolo artistico e culturale, al riparo da troppo violente passioni politiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       Cortile Sciacca *

 

 

 

 

                                  Isola delle femmine

che ancora scruti legni  di predoni

tra mare e cielo sono dunque rimasti

di tempo in tempo i tuoi corsari  tutti

su questi scogli

 

                          Terraqueo antico

 intruglio d’altre

 modernità pietrificate

 

                                  Sontuoso anfiteatro

di gladiatori arcigni e di fiere all’agguato

cosmica pattumiera assolata Bilbao

Beirut sopita

 

                                  Come ti mostri

agli ultimi normanni

seduttori e come lasci

intuire promesse dai seni

arsi a mezzogiorno

velati appena

dalla bruma

 

 

 

 

                                Si può

solo per poco cercarti

amica sciogliere inebriati

le tue vele all’imbrunire

sfilare nella cala

i tuoi calzari stupire

all’ombelico della reggia

                  

 

                                   Si può…

– Cortile Sciacca radionotizie ventiquattro

anni incensurato pare gestisse un piccolo

negozio telefonata anonima colpo all’addome

e alla nuca morto in due ore…-

 

                                    Suburra acre

di frutti di mare e di frattaglie

matrigna di ragazzi piemontesi

ancora in guerra

 

                                    Zagaréa d’oro

nobildonna barocca orfana dei tuoi re

vedova di Capaci

 

                                  Gemma

al tuo dito un venditore 

di pupi del tuo futuro

innamorato…

 

                                    – pur se al cortile

Sciacca (lamentosa

la radio s’incupisce)

nessuno più sa nulla.-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

* Quartiere  di Palermo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           Duna

 

 

 

Mondi d’angolo

spazieremmo intrisi

di festa luce

residuale pluri-

duale rotolante

ad affogare nella

duna

 

Quando

il morbido – a tratti –

appassire del chiaro

interminabile ci strofina

flavo fruscìo di

sottane avvolgendoci

nella rena

veduta ocrazzurro

endorfina

 

Scalmi d’ombra di

fuoco bisbigliano a tratti

ragazzi/ragazze a spiarsi nell’aria

palpabile: come

per un sangiovanni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                   Ragazzi che non sanno l’inglese o delle

                                                 altre vie del ritorno

 

 

Squarcio negli occhi

offrono d’una

Vineta (*)  non

ricomparsa proprio

dove un ballo comincia

di piccole

cose ed illumina

un eterodosso piercing

radioso

 

Timida a rombi

amoreggia la stazione

di servizio: raccontarsi

complice – begliocchi –

nel crepuscolo:

ingenuo toccarsi

d’un ronzìo fanciullo

d’alveare

 

Curiosi si sistemano su

mari su cieli d’oltre

pomerania migranti

cicogne a sapere

 

Ed imparano freschi

a volare

 

 

 

 

(*) Vineta, secondo un mito baltico, è un’antica e meravigliosa città sommersa nella sabbia con tutti i suoi mercanti, che solo ogni cento anni può rivivere per una notte. (Il termine “Vineta” richiama gli abitanti della palude e – forse – ha qualche assonanza con Venezia). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                         Lunghe barche sul fiume

 

 

 

A molti non v’è dubbio

piacerebbe – solo

accennato dondolìo 

d’una soffusa dopamina –

lasciarsi andare lungo

la pianura

centellinando i sensi

tra  sicure rotaie

di fiume

ammantando passioni

a foresta solo un poco

ondulata a cielo

ovattato sull’acqua

 

Di quando in quando

eros attingere colore

come a discreti quanta

in millenari borghi 

lievemente sfiorati

con gli occhi

 

A molti piacerebbe come qui

bandiere dialogare pigramente

quasi un’inconsueta

provvidenza d’acqua

accarezzasse la fronte

alle nazioni

 

A molti in vero piacerebbe

questo docile viaggio

e profumato verso la sera

sulla poppa di lunghe

lunghe barche sensuali

che il fiume frusciano

ricolme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                             Dolcespiga

 

 

 

 

 

Luce d’ambra

dai raggi in coperta

intravisti rochi

sull’impiantito

ruvato di

sartìe

 

Baltico soffia

Dolcespiga l’olio

nel lume l’iride

si restringe d’una qualche

bellezza

 

Nutrice più cruda

strepita la sorte

su questa bolla

di sapone rubandole

il disegno

 

Reduci nembi mentre

e seni e lembi Spigadoro

insegue

 

Quadrimeduse mentre

percuotono alla

chiglia quest’incerto

veliero

 

La sera/flauto ormai

il labbro rasserena

e l’occidente

sbozza e dilata nel lume

le forme

 

Nulla ormai Dolcespiga

tra le dita del buio

nulla esiste

se non

 

Ai confini del buio

ai tuoi confini

i suoi

 

Fatuo veliero

questo  tempo

vagante a tratti

e spumeggiante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                        La terra di Babele

 

Sfidato che ebbe il cielo

Babele ne partì occhi di giada

e giorni e notti camminò fanciulla

facendosi confine

 

Per giorni e notti non udimmo

più fianchi di mirto

il crogiolare antico

 della sua voce

 

Per giorni e notti si cinse

di sole di luna si vestì

la sabbia del deserto

levigò la sua pelle

 

Per giorni e notti conobbe

il suo efebo ambrato

spargendo unguenti lingue

nazioni 

 

E al riparo del suo

lungo confine rimase                          

al buio illuminata solo

dal riflesso del mare

 

*

 

Ora come l’airone

fiammeggiante ritorna

madida sconfinata trenta

milioni di metri al secondo

 

Magre frontiere si ergono d’etnia

carta filo spinato parole                           

fuori moltitudini – quasi farfalle – anelano

il lume ella sinuosa tutto travolge

 

Parla alle moltitudini

una lingua di pietrisco babele

non più occhi di giada stella

fianchi di mirto           

 

Domina i sensi e inquieta

questa sua nuova

seducente sfida

verso il cielo  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amleto

 

 

 

 

D’acerbo femmina vorrei

qualche volta accecare

lo sguardo

nel libore

evanescente d’anima

rappreso là dove

l’essere più

si annida

 

Malfermo sempre

e strùggido

ti aggiri desiderio

d’ogni

ricominciare e inquietudine

d’ogni

ricostruire

su questa  nostra

strato-

sfera sognante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’airone

 

 

Se l’airone tornerà

fragili risposte porterò 

a inventare barene 

laggiù incontro alla foce

 

risposte e ciottoli

che ho colto sulle labbra

nelle città

 

 

 

 

                                                   Linguaggi di pietrisco, babele non più…

(Chiavi interpretative del testo e della poetica,  a possibile uso del lettore)

 

 

           Mi trovavo a Manhattan – occasionalmente – in un periodo difficile. Ai bordi di Central Park attendevo l’imminente partenza dell’autobus che doveva portarci di fronte alla statua della Libertà.

            Colto da necessità fisiologica chiesi all’autista – nero – se ci fosse un modo per rimediare. Egli – premuroso – m’insegnò un singolare e complicato percorso lungo i sotterranei all’interno dell’Hotel Plaza, facendo – nel frattempo – attendere l’autobus stracolmo. Ciò che più mi colpì era il suo linguaggio. Un’inglese così sgrammaticato – a tratti spagnoleggiante – da ricordarmi l’italiano disperante dei miei compagni d’infanzia trapiantati dalla strada di una periferia industriale in una scuola elementare evidentemente non pensata per loro.

            Ma il make left del mio autista nero si rivelò linguaggio di rara efficacia, non solo nel fargli risparmiare il suo tempo/denaro. In un luogo dove avevo visto  persone abitare il cavo di un albero o nutrirsi di rifiuti, la sua comunicazione, a tratti non verbale, mi parve – maldestro quanto appassionato – un elzeviro sui tanti espedienti, anche linguistici

 

(-…lingua di pietrisco babele

non più…-)

 

 che la solidarietà è capace di sviluppare in un ambiente umano ostile. Mi parve immagine – per quanto fugace – dell’essenza del viaggio. Del viaggio come percorso/metafora attraverso la precarietà e l’imprevedibilità in cui si snoda l’esistenza. Come esplorazione di costumi,  di abitudini, di pregiudizi e degli altri modi che – come ha scritto Stendhal – i popoli costruiscono per cercare la felicità.

            Un percorso che prima di essere un colmare distanze geografiche è uno scavare nell’uomo, nelle sue paure e nelle sue emozioni, attraverso il contrasto antropologico tra uomini diversi e l’energia, a volte deflagrante, che ne deriva. Percorso anche solo interiore, o anche  attraverso il tempo, alla ricerca – nel qui ed ora – delle radici passate da cui nascono la diversità e l’unicità di persone e situazioni.

            E inseguire a  tutti i costi una stringente coerenza osservatore-osservato è insieme una  tentazione e un  pericolo. L’osservatore infatti è gratificato, nella sua ragione e nei suoi affetti, dall’interpretare l’osservato alla luce della propria epistemologia. Questo atteggiamento però, quanto più è rigido e reciproco tanto più potrebbe alimentare, nello scontro tra diversi punti di vista, la babele dei linguaggi, l’erigere confini,l’ostilità. Al contrario, rinunciare al proprio purismo semantico e concettuale, o – come nel linguaggio informatico – semplificare  accenti, cédilles, regole lessicali,  e significare  l’esperienza attraverso immagini, emozioni e – perché no? – contraddizioni, può condurci oltre. Ma cosa c’è oltre?

 

*

            Dicevamo del viaggio. Nel viaggio non c’è nulla di più bistrattato, di più violentato del linguaggio. Il linguaggio, che tende – come tutte le cose nobili – ad assumere una sua dignità autoreferenziale e ad assurgere a soggetto dimenticando il suo essere strumento, nel viaggio ridiventa inevitabilmente soprattutto comunicazione. 

            Ma ciò che normalmente distingue la comunicazione dal rumore, cioè la presenza di un codice condiviso tra i comunicanti, nella condizione transculturale è sempre precario e aleatorio, perché nel repentino cambio di situazioni e di lingue, ma anche nel repentino cambio di emozioni – penso ad esempio alla psicoterapia – è proprio il codice comunicativo a non essere stabilmente condiviso. La comunicazione si presta quindi a molteplici cambi di fronte, a equivoci, a paradossi, a sensi che si mutano in rumore e a rumori che acquistano un qualche ambiguo senso, che si  crede condiviso, ma forse non lo è del tutto.

            E il codice non verbale, quello che – più impreciso – veicola normalmente emozioni e sentimenti facendosi quasi comite della comunicazione razionale, nel viaggio diventa invece prepotente, foriero di pace o di guerra, di costruzione o distruzione, di amore o di odio (o, oggi, di indifferenza).

 

–  in un lampo

udito a mille

lunghezze d’onda e di respiro

lacera l’elfo suggeritore l’incertezza

da sempre appostato prezioso

all’orecchio e si fa

danza di segnali si fa

festa si fa

Carmina Burana –

 

            Il codice non verbale – dicevamo – diventa arbitro del costruire un ponte, o dell’erigere un confine. In una parola arbitro della possibilità o impossibilità dell’oltre, secondo un processo che può essere faticoso, imprevedibile,  creativo. Ma cosa c’è oltre?  

 

 

*

 

            Dicevamo dell’epistemologia. Come tutti gli osservatori, anche il poeta vede il mondo – dentro e fuori di sè – con gli occhi del suo punto di vista. Per quanto allenato alla transculturalità, anch’egli insegue una sua coerenza, a volte anche solo estetica. Così facendo tradisce inevitabilmente i suoi personaggi che sono nati, per contatto con l’esperienza,  come intuizioni autonome, come autonome emozioni. E ciò sia che derivino da una realtà osservata sia  da una creazione interiore.

            La cifra dei personaggi, il loro essere in qualche modo criptati, rende nuovamente labile il rapporto tra immagine/emozione da una parte e le ragioni del poeta dall’altra, e recupera in parte la loro autonomia.            Permette cioè loro di esprimersi al lettore per come emozionalmente sono nati, riemergendo dalla patina razionalizzatrice di cui inevitabilmente li ha rivestiti il poeta nel corso di riflessioni e  rimaneggiamenti successivi.

            E ciò riporta alla necessità di cogliere, nell’esplosività transculturale del viaggio, ma anche in quella del rapporto interpersonale, l’altro per com’è, anche se incomprensibile, anche se emozionalmente alieno, evitando di reinterpretarlo per come vorremmo che fosse.

 

–  L’ombra come sarà

forse cifrata (forse) indecifrabile

soffitta di ragioni e di passioni

caos mal difeso

coazione

tolemaica ad avvinghiarsi

al centro tra i pianeti

e a rifuggirne –

 

            E’ questo che, violentemente, ci cambia; talvolta ci destruttura. Come Alighiero Noschese, mago nel vestirsi di tutti i personaggi, forse (segretamente) in perenne crisi di identità. O come lo psicoterapeuta continuamente nocchiero (o naufrago) dentro mondi diversi, siano essi appartenenti all’interiore o al (micro)sociale. Una via d’uscita, rarefatta ma fruibile, è porsi talvolta a un metalivello epistemologico a forte valenza emozionale, non importa se incoerente, non importa se paradossale. In una posizione quasi di partecipe attesa. E’ forse questo l’andare oltre?

 

*

 

Ma cosa potremmo trovare oltre per cui valga la pena di andare? La nostra vita è, in molte circostanze, connotata dal cercare. Cercare emozioni, conoscenza, risposte.

Per esempio, all’inizio di una psicoterapia è temerario promettere di risolvere con certezza il problema per cui il cliente vi ricorre. Più sensato è assicurare, se egli continuerà a frequentare le sedute,consapevolezze nuove, nuove emozioni, risposte, e un qualche cambiamento. Forse quello cercato, forse un cambiamento diverso. Non sempre infatti troviamo ciò che cerchiamo. A volte troviamo qualcosa di diverso. A volte, dopo aver trovato qualcosa di diverso,  ciò che cercavamo ci interessa meno.. E’ noto che nella ricerca scientifica le scoperte avvengono talvolta per caso.

            Accade cioè casualmente qualcosa che non è coerente con ciò che si cercava. Altre volte questa non consequenzialità logica si configura in ciò che chiamiamo intuizione. La mente – cioè – segue una via creativa, densa di emozione, apparentemente  irrazionale e guidata dal caso, e giunge dove la ragione, da sola non ci avrebbe condotto.

Stupirsi di questa non consequenzialità logica, come dice il fisico Fritjof Capra, è più che altro un portato della scienza occidentale, che precocemente ha separato corpo e anima. Forse lo scienziato orientale soffre meno questa contraddizione tra logica e intuizione. Forse egli, nel cercare, coglie di più il passaggio – tutto buddista – dal molteplice (per cui la mente è turbata) alla fondamentale unità di tutte le cose (in cui la mente è destinata ad acquietarsi).

E il nostro cercare in fondo è un viaggio – dal quale talvolta facciamo fatica a  esimerci -, che ha in sè  i connotati dell’avventura e dell’ignoto. In un certo senso andare è ineluttabile, è connaturato a talune dimensioni dell’esistenza, che si manifestano di più in particolari circostanze, di solito le meno automatiche: per esempio nella sofferenza, nell’incertezza,nell’amore. E com’è ineluttabile andare, è ineluttabile talvolta andare oltre. Perdersi nel nuovo che non avevamo cercato nè previsto. Andare oltre le nostre premesse – o come oggi si preferisce dire – oltre i nostri presupposti.     Molti e diversi possono essere  i fili conduttori attraverso cui ci si muove. Un poeta  può inseguire la musicalità del verso, la ricerca dell’intimità. Può confrontarsi con la violenza delle lacerazioni, con la scoperta dell’altro,con il dolore. Può vibrare al contatto con altre lingue, altre culture, altre umanità.

            E  ogni volta che andiamo oltre lo stretto di Gibilterra delle nostre premesse subiamo insieme il fascino irresistibile dell’ignoto e la tentazione di tornare indietro. Ci sono momenti in cui la musicalità del verso erompe in una lingua diversa – di cui si ha qualche rudimento – sotto la pressione del comunicare transculturale e delle emozioni  di ogni giorno vissute in una terra che non è la propria. C’è a volte una voglia di esperanto che contagia anche la poesia. Ci sono momenti di infelicità in cui anche la musicalità del verso può destrutturarsi verso una deriva mortale…

 

(-  Seating on belts of a bostonian light

even facing the domestic

success death window -)

____

(- Seduto su cinture d’una luce bostoniana/ ancora a fronteggiare la domestica/ finestra del successo e della morte -)

 

 

… e altri in cui qualcuno o qualcosa ci fa sentire alieni a noi stessi, ai nostri fili conduttori, alla nostra ricerca. La paura allora ci può rendere refrattari all’alieno, può indurci a indugiare in sintesi razionali e soggetti poetici rassicuranti, può farci chiudere alla ricchezza  dell’altro solo perchè vissuta come incoerente.

            In questi momenti, rimanere oltre, nell’oceano dell’incertezza epistemologica, può essere doloroso e incomprensibile. Può dare una penosa  sensazione come di irrimediabile frammentarietà  ed episodicità dell’esperienza e delle emozioni. Ci può vedere svariare per incontri casuali ed eterogenei come alla deriva in un deserto d’acqua. E in esso solo qualche volta è dato di ricomporre l’esperienza in una nuova epistemologia, a sua volta provvisoria.

            Nonostante questo però, i molti anni di militanza nelle frontiere del sociale mi incutono  quasi un  terrore di ricorrere al tranquillizzante quanto illusorio espediente di  procedere per tesi come ai tempi in cui componevo canzoni d’autore.

 

                                                         – e poi gli occhi ho affondato nella nebbia del vivere

con l’ingenua chiarezza del sogno –

 

            Essi mi trattengono dal violentare i personaggi poetici (che sono quasi sempre anche personaggi reali, di prorompente vitalità e, talvolta,  drammaticità emozionale) chiudendoli in una dimensione didascalica. Da qui la necessità di criptarli, forse  per pudore, o forse per timore di deformarli in un’epistemologia che non è la loro.

 

*

 

            Cosa potremmo quindi trovare oltre? Il più delle volte l’emozione e la provocazione  di un confronto intenso con persone, con  fatti, con luoghi. E con esse anche la lezione, via via più affinata,che è giusto lasciarsi andare a sentimenti di umanità ed empatia ridimensionando i nostri e  artefatti  e talvolta angusti schemi, canoni, valori e ideologie. Che non è vergogna, dopo l’ebbrezza della ragione, tornare al naïf dell’emozione.

Non è compito del poeta trovare risposte esaurienti ai problemi dell’esistenza e del sociale (e va guardato comunque con sospetto chi è troppo sicuro di averle trovate, come potrebbero dirci milioni di cambogiani se solo fossero sopravvissuti). Egli può, a buon diritto tuttavia,  raccontare la viva e imperfetta freschezza dell’essere nel mondo, qui e ora.

            Ma solo a chi rimane faticosamente e pericolosamente oltre Gibilterra è dato talvolta d’intravvedere il nuovo mondo. Nuove epistemologie, nuove evoluzioni dell’esistere, germi del futuro da interpretare. 

            E le risposte sono inevitabilmente tanto più fragili…

 

                                                                 (- se l’airone tornerà

fragili risposte porterò

a inventare  barene

laggiù incontro alla foce -)

 

… quanto più intensa è la gioia di esserci stati in qualche modo, di aver partecipato anche con il desiderio, e non sempre e soltanto con la ragione e i suoi eccessi.

 

                                                          (- malfermo sempre e strùggido

ti aggiri desiderio

d’ogni ricominciare e inquietudine

d’ogni ricostruire

su questa nostra strato-

sfera sognante -)

 

            Ma l’impresa di raccontare il vivere può ancora essere condotta con intelletto e umanità, solo che si lasci spazio e dignità all’incomprensibile. Cercare nuove vie per la sempre più urgente sintesi tra diverse culture e modi di essere, è in fondo un  piacere, e insieme una necessità. Culture e modi di essere che oggi vengono messi a confronto più spesso e con maggiore risonanza di ieri, (si epensi al ruolo dei media, che da solo rappresenta una vera mutazione antropologica di questo scorcio di secolo).

Su questa difficile strada si evidenziano talvolta  deboli sprazzi di una nuova metarazionalità privilegiante l’umano, che ci accomuna ad ogni latitudine – penso per esmpio alla crescente sensibilità per i diritti umani – ma essi appaiono ancora affogati nella rassicurante diffidenza per ciò che non assomiglia al nostro caseggiato. Proiettarsi oltre questa diffidenza è già talvolta un grande sforzo. E’ una salutare rinuncia, per quanto iniziale, a quella coerenza epistemologica, di cui si alimentano vecchi e nuovi confini.

            Quella terribile coerenza  che ha nutrito e tuttora nutre l’incommensurabile violenza di cui si è intriso il secolo che sta per chiudersi.

            Forse, con Pablo Neruda, siamo  ancora alla ricerca di una  poesia impura, in cui la vita ri-conquisti la poesia, contaminando purezze formali e sperimentalismi, così come la globalizzazione di mercati, informazione ed etnie, travolge i confini, anche linguistici.

E con lo stesso piacere e la stessa felicità di Neruda, anche se con minori sicurezze – perché questo nuovo tempo poche ne consente – sarebbe piaceole sfida poter dire

 

confesso che ho vissuto”.

 

 

                                                                                                 L’autore.

 

 

 

 

 Indice

 

Ringraziamenti                                                       p.   2

 

Oltre                                                                       p.   3

 

El recuerdo (J.R. Jimenes)                                     p.   4

 

Il motorista                                                            p.   5

Primo amore                                                         p.   6  

Occhi di luce seconda                                           p.   7

Occhi di luce prima                                              p.   8

Faro                                                                     p.   9

 

Epitaffio (sulla tomba di S. B. Yeats)                  p. 10

 

Alba                                                                     p.  11

Facing the war                                                     p. 12

Castle Lady song                                                 p. 13

La Signora                                                           p. 14

Bisesto                                                                 p.  16  

E venne il vento                                                   p.  17

A corte                                                                 p.  18

Mirroring                                                             p.  19

Untitled                                                                p.  20

La dame Parisiènne                                             p.  21 

Majakowsky il mago                                            p.  22

The game must go on                                           p.  23

I poeti hanno rabbia e                                         p. 24

Lungarno                                                             p. 25

 

Examor (J. R. Jimenes)                                       p. 26

 

Versi al duale                                                      p. 27

Stravizi delle Regine di Sabato                           p. 29

Carmina Burana                                                 p. 30

L’ombra                                                              p. 31

La coccarda                                                        p. 32

Conchiglie                                                           p. 33 

Amante francese                                                 p. 34

Presque…                                                            p. 35

Ritratto                                                               p. 36

Fior di marea                                                     p. 37

Fleur de cactus                                                   p. 38

L’Ape Regina                                                      p. 39

Fiore bluspino                                                    p. 40

Gocce di mare                                                    p. 41

Aquarius                                                             p. 42

Presepe                                                               p. 43

Anatomie de l’amour                                          p. 44

Rime d’amore                                                     p. 45

Due versi                                                            p. 46

Comete                                                                p. 47

 

Mares (J. R. Jimenes)                                         p. 48

 

Posìdon                                                              p. 49

Muse                                                                  p. 50

Povera e nuda vai…                                          p. 51   

Cortile Sciacca                                                 p. 52

Duna                                                                 p. 54

Ragazzi che non sanno l’inglese o

delle altre vie del ritorno                                  p. 55

Lunghe barche sul fiume                                  p. 56

Dolcespiga                                                       p. 57

La terra di Babele                                            p. 59

Amleto                                                              p. 60

L’airone                                                           p. 61

 

Linguaggi di pietrisco, babele non più…

(Chiavi interpretative del testo e della poetica,

a possibile uso del lettore)                                          p. 62

 

Indice                                                               p. 66

About Andrea Flego

Andrea Flego
studio medico di psicoterapia e psicologia dell'alimentazione

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