Quando la dieta non funziona

 

Quando la dieta non funziona

In molti ormai siamo in sovrappeso. Mantenere o recuperare la linea, specie dopo una certa età, sta diventando un must ed insieme una sorta di mission impossible. E la questione talvolta si trasforma in un’impari lotta tra pulsioni ed esigenze contrapposte, con continui sacrifici e battaglie perse, esaltazioni virtuose ed insidiosi sensi di colpa. Né il ridurre il tutto ad una mera questione tecnica, da dietologo per intenderci, conduce a volte a buoni risultati. Seguire una dieta personalizzata, contare le calorie, erudirsi su indice glicemico, carboidrati, lipidi ed integratori, centra solo in parte il problema. Perché quindi, a volte, le diete non funzionano? Per rispondere dobbiamo fare qualche passo indietro. Per centinaia di migliaia di anni la sopravvivenza dell’uomo si è basata soprattutto sull’istinto, e quindi sulle emozioni, piuttosto che sulla ragione. L’ansia e la paura per un ambiente insicuro, e la costante sensazione di pericolo che, in assenza di cibo, si trasformava in “fame”, lasciavano il posto alla gratificazione di trovare una preda o cogliere un frutto, e quindi mangiare, solo in modo discontinuo. Così il motore del comportamento alimentare è diventato, per millenni, la gratificazione – cioè il piacere – di riuscire a procurarsi il cibo, controbilanciato dalla scarsità di alimenti e dalla difficoltà e pericolosità nel procurarseli. Tutto ciò ha finito per essere solidamente iscritto nei nostri geni in un modo che si dimostra ancora oggi più forte della nostra razionalità, sviluppatasi solo in tempi molto più recenti. Ma per tornare al mondo attuale, alla nostra infanzia, ognuno di noi ha quello che Sarah Tibs 1. chiama il “bisogno psicologico di conservare i sapori della nostra storia personale”. Il cibo, prima che nutrimento è emozione, è, da millenni, il “piacere di assaporare cibi e bevande”. E questo piacere si associa a ricordi antichi, a situazioni e persone (spesso care) con cui siamo stati bene, a tradizioni a cui siamo molto attaccati. Non a caso, i cibi che non ci piacciono sono più spesso legati ad esperienze negative con persone per noi importanti, piuttosto che ad idiosincrasie alimentari. In altre parole, il cibo, lungi dall’essere un semplice rifornimento di energia, è un’esperienza psicologica e relazionale ricca e complessa, intimamente connessa alla storia di ognuno di noi. Esperienza che talvolta può anche esitare in “disturbi del comportamento alimentare”. E al “piacere del cibo”, solo in tempi recentissimi abbiamo cominciato ad affiancare altri due parametri di valutazione, questi sì dettati dalla razionalità. La “valutazione estetica” (l’attuale sovrabbondanza di cibo rischia infatti di renderci brutti e non più appetibili per altre forme di piacere), e la “cura della propria salute” (perché l’era dei supermercati ha sostituito le malattie da carenza con quelle – degenerative – del cibo diventato troppo e sbagliato 2. e 3.). E mantenersi saldamente al centro del triangolo tra questi tre parametri (piacere, estetica e salute) è lotta, per molti, quotidiana ed improba. Anche e soprattutto perché il piacere ha spesso di gran lunga la meglio sulla razionalità. Infatti l’atteggiamento prevalente con cui si affronta una dieta è quello di compiere un sacrificio in nome della ragione, e così si contrasta l’impulso al piacere, cosa che a lungo andare rende semplicemente tristi e ad un certo punto non funziona più. Il piacere, che per millenni ha guidato il comportamento alimentare, viene così negletto, conculcato, represso, e presto o tardi si prende la rivincita. Un’altra difficoltà è che molte abitudini alimentari col tempo sono diventate “ovvie”, perché “si è sempre fatto così”, e sono dure a morire, anche se oggi andrebbero rivisitate. Per citare due esempi, il burro e lo strutto, erano essenziali nella dieta dove l’olio d’oliva non c’era, e il vino a pasto, in carenza di acqua potabile e cibo, fungeva da disinfettante e da integratore alimentare. Oggi tutto ciò è meno necessario, anzi conservare vecchie abitudini, così come sono state tramandate da generazioni , può diventare dannoso per la salute. Come uscirne quindi? Una strada c’è, non semplice ma possibile. Si tratta di mantenere il piacere al centro della dieta, ma in modo nuovo. Iniziare cioè la ricerca di “piaceri nuovi”, cibi e pietanze che superino la tradizione sostituendo pian piano alimenti e preparazioni tradizionali con nuovi sapori e con la gioia di sperimentare una nuova cucina. Si tratta cioè di una rieducazione al piacere alimentare, di una revisione del proprio software emozionale riguardante il cibo, facendosi guidare dalle nuove acquisizioni scientifiche, ma conservando il buonumore. Sostituendo piaceri vecchi con piaceri nuovi, ma egualmente gratificanti. In questo possono essere d’aiuto nuove ricette, come quelle proposte nel citato libro di Sarah Tibs, ma anche un percorso di rielaborazione psicoterapeutica del proprio quadro emozionale alimentare. 1. Sarah Tibs – Che cavolo mangio? – Tecniche nuove, Milano 2015 (www.tecnichenuove.com) 2. Huebner_Cancer_Counseling_Diet_AntcaRes_2014.pdf 3. Song_Nutrients Food and Colorectal cancer prevention_2015.pdf

About Andrea Flego

Andrea Flego
studio medico di psicoterapia e psicologia dell'alimentazione

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